domenica 5 ottobre 2008

Pirati dei Caraibi

Pirati dei Caraibi - La maledizione del forziere fantasma di Gore Verbinski. USA, 2006. Interpreti: Johnny Depp, Orlando Bloom, Keira Knightley



Manuela 17 agosto su Abbracci e Popcorn

Ieri sera sono andata al cinema. “Pirati”, che mi era stato caldamente consigliato dalle mie figlie come cosina leggera, proprio niente di impegnativo, divertente anche, adattissimo a Ferragosto e, in più, con il grande pregio di avere come protagonista Johnny Depp, che si lascia volentieri guardare, ed è anche bravo.
Si, si, tutto vero, solo che non è un film, è un videogame. Questa frase l’avevo sentita dire da Sissi, parlando di “300”, e allora non avevo capito bene quello che intendesse. Adesso lo so.

Come un in un videogame, il senso è:
assolvere un compito, facendo un dato percorso, abbattendo un certo numero di nemici, aiutato da un certo numero di amici, utilizzando un certo numero di oggetti magici. Il compito è salvare il vecchio padre. Il premio è la conquista della bella.
Durante il percorso si possono raccogliere bonus – ad esempio mappe, pozioni, ecc. – che servono in caso di difficoltà. Ad esempio, se, ad un certo punto, il protagonista viene abbattuto, gli “amici”, utilizzando adeguatamente tali bonus possono andare a prelevarlo nell’al di là; al peggio, game over, si ricomincia.
A differenza di un film – anche quelli da estate, senza troppe pretese - la trama è inesistente, e i personaggi non hanno alcuno spessore psicologico, ma non perché il regista non ci sappia fare, al contrario, devono essere proprio così: non sono “buoni” o “cattivi”, poiché l’esser tali è solo una convenzione, basta scambiarsi i ruoli con l’amico/avversario, come fanno i ragazzi davanti alla consolle, e il gioco può continuare all’infinito. L’andare e venire da un luogo all’altro ha il senso di un succedersi di videate – tecnicamente bellissime, ma altrettanto piatte - in cui quello che conta è dimostrare la propria abilità nello sconfiggere i nemici. Come Lara Croft (chiedo venia, è l’unica che mi ricordo) agli ordini dei tasti di un computer, i personaggi fanno cose mirabolanti e ripetitive (poiché le possibilità di una tastiera non sono infinite): saltano, sparano, schivano, e quando qualcuno viene colpito ci si aspetta di vedere sullo schermo la striscia rossa lampeggiante che indica che le vite a disposizione sono diminuite. I feriti non sono veri feriti (nemmeno nel senso che la “verità” può avere nel cinema), i morti non sono morti.
Confesso che me ne sono dormita un bel po’. Del resto, che pathos e che suspence può avere un videogame? Stare davanti ad un video a vedere qualcun altro che gioca è sommamente noioso: non ho niente contro i videogame, anzi, ma alla tastiera voglio starci io, altrimenti che gusto c’è?
Lodes, uscendo dall’arena gradevolmente estiva, commenta scuotendo la testa, che il cinema ha finito la sua funzione, e che le storie si racconteranno con altri mezzi e con altre tecniche. Forse ha ragione. D’ora in avanti, però, solo cose d’antan…

Gattopardo (Il)

Il Gattopardo di Luchino Visconti. Italia, 1963. Interpreti: Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Alain Delon, Paolo Stoppa, Rina Morelli, Romolo Valli



Enzo 31 luglio 2007 su Abbracci e Popcorn

Di solito cerco di non tenere conto del libro da cui è tratto un film. Nel senso che la lettura di un libro è un fatto personale che scatena emozioni, fantasie, sensibilità, che fanno sì che il lettore costruisca visivamente ciò che sta leggendo. Quindi guardare una trasposizione cinematografica di un libro partendo dalla immaginazione costruita nella lettura, può solo fare dei danni. Danni al nostro immaginario, ma anche a ciò che il regista ha realizzato. Anche il regista nel costruire il film partendo da un libro opera una propria elaborazione, utilizza come tutti noi gli strumenti dell’immaginazione e della sensibilità, magari per uscire completamente dalla traccia iniziale. Tuttavia la prima volta che vidi il Gattopardo dovetti rivedere questo approccio. Don Fabrizio (Burt Lancaster) era proprio Lui, proprio come lo avevo immaginato e così anche gli altri personaggi e l’ambientazione. Questa assonanza mi parve strabiliante: sembrava che Visconti avesse letto con i miei occhi il Gattopardo. Ancora poche settimane fa mi sono riguardato il bel film di Visconti e ho goduto nel rivedere quei personaggi immaginati tanti anni prima nella lettura del libro. Non sono un cinefilo, quindi non so dire se esistono altri casi analoghi, ma a me questo, proprio perché contraddice quella regola generale, è sempre sembrato un grande pregio. Il film però è altro. E’ sicuramente un esercizio stilistico di grande fattura. Capace per questo di portarci dentro quel mondo che la storia ha cancellato. Attraverso la figura di Don Fabrizio ci porta dentro la crisi di un uomo di mezza età che soffre perché il suo mondo si sta dissolvendo e per la contemporanea consapevolezza del volgere della vita verso l’esito finale. Tutto questo c’è nella tristezza di Don Fabrizio, che pur ancora uomo vigoroso sente avanzare il decadimento in un intreccio tra pubblico e privato che aggrava ancor di più il senso della perdita di un tempo mitico in cui, appunto, furono “Leoni e Gattopardi”.
Non basta a Don Fabrizio l’amore per il giovane Tancredi che, proprio perché giovane bello e di successo, non è in grado (non vuole) di rigenerare il casato. Egli è quello che pronuncia la frase del tutto cambi perché nulla cambi. Tancredi in fondo non è altro che la riedizione di quegli antenati che non sapevano leggere e far di conto. Don Fabrizio nel colloquio con il funzionario piemontese (il cavaliere Chevalley di Monterzuolo) è fatalista e premonitore: “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra.”
Ma perché nulla cambi c’è bisogno di nuovi compromessi/assetti sociali e serve a questo il matrimonio di Tancredi con Angelica Sedara (Claudia Cardinale). Angelica è figlia di Don Calogero (un grandissimo Paolo Stoppa) cioè il rappresentante di quella nuova classe (borghese?) che sostituirà i Leoni e i Gattopardi. Quindi un grande Visconti che ci conduce per mano dentro a questa dissolvenza tragica. Azzardo e dico che Visconti (anche lui veniva da una antica e nobile stirpe lombarda) sente su di sé questo decadimento: in fondo anche se uomo di cultura di sinistra subisce il fascino di una nostalgia per il tempo mitico dei Leoni, dei Gattopardi, dei “Biscioni” che dominavano il bel paese. Una fascinazione che lo travolge e non lascia spazio a nessun riscatto o segnale di speranza. Rimane fedele al libro: non poteva fare diversamente perché la storia ha purtroppo dato ragione a Don Fabrizio. Quindi, al protagonista, nell’ultima inquadratura, non rimane che andarsene, verso una strada buia come se ne sono andati tutti gli altri e al loro posto rimarranno gli sciacalli, le pecore e……i biscioni.

Sfida infernale

Sfida infernale di John Ford. USA, 1946. Interpreti: Con Henry Fonda, Victore Mature, Linda Darnell, Walter Brennan.



Enzo 10 luglio 2007 su Abbracci e Popcorn

Ford con questo film (1946) conclude un percorso iniziato con Ombre rosse (1939). Un percorso per portare il Western alla fase della propria maturità. Il western fino ad allora era stato la rappresentazione spettacolare dello scontro tra buoni e cattivi, di inseguimenti, di indiani ululanti: insomma il western era congeniale alle immagini in movimento che tanto affascinavano i nostri nonni. I film si basavano, appunto, su elementi molto semplici, il bene il male, il buono e il cattivo: Tom Mix fu l’eroe che interpretò meglio queste storie fatte di scazzottate, di cavalcate, di inseguimenti. John Ford reinvesta il western, lo fa diventare adulto, introduce personaggi che hanno una psicologia, che sono portatori di tormenti, di ricerche esistenziali ed umane. L’azione non viene meno: in questo film non mancano certo gli elementi avventurosi classici del western, ma appunto Ford mette in gioco gli individui. Individui alla ricerca della loro esistenza dentro una ricerca più grande che riguarda l’America. Wyatt Earp, Doc Holiday non sono altro che due facce della stessa medaglia. C’è nella figura di Doc una continuità con la prostituta Dallas di Ombre rosse. Entrambi sono segnati da un destino che non lascia spazi. Anche se la loro sorte sarà diversa, entrambi rappresentano la tragicità della propria esistenza: una segnata dal “mestiere” e, quindi, dalla emarginazione a cui nemmeno Ringo riuscirà a porre rimedio per cui saranno costretti ad andarsene, l’altra segnata sì dalla malattia, ma prima ancora dallo scontro con un mondo (l’est) che rifiuta chi va fuori degli schemi. Entrambe troveranno nel selvaggio west una loro legittimazione ed è attraverso questi personaggi che Ford ci racconta di una frontiera che ha un rapporto conflittuale con la borghese america dell’est. Da un lato sono quelli che scoprono nuovi territori, che cercano nuovi spazi e nuove opportunità, che si sentono avanguardie di una nazione che crede nel proprio destino, che portano l’ordine, la legge, dall’altro sono quelli che fuggono dalla società complessa dell’est. Cercano gli ultimi scampoli di una stagione che la modernizzazione travolgerà entro breve. Non stupisce dunque che Doc Holiday declami i versi dell’Amleto. C’è in questo atto tutto l’amore/ odio verso il “proprio mondo” da cui sa di non poter fuggire: sarà sempre –anche ad un tavolo da gioco o brutalizzando Chihuahua –un uomo di cultura, un uomo che sa vedere anche la piccolezza del proprio mondo. Ma sia Doc che Earp non sfuggono al loro destino: Earp fa ciò che deve in nome della legge, Doc fa ciò che deve in nome della sua coerenza verso ciò che è stato: ribelle ma dalla parte della giustizia, non poteva essere diversamente. Dunque un film che scava dentro i personaggi, che apre il western alla “cultura”. Non solo un film d’avventura, ma il western come terreno dove sondare le inquietudini, dove ragionare del destino del paese, dove interrogarsi sulla evoluzione di una società che sta entrando nella storia da protagonista. Tutto questo fa grande John Ford. Poi ci sono i “quadri” all’interno dei quali Ford racchiude delle vere e proprie chicche: Solimano ha già ricordato la famosa frase del barista, ma come dimenticare i fratelli di Earp? Come dimenticare la scena del ballo? E come dimenticare il clima rarefatto della domenica in cui Earp tutto tirato a lucido si dondola sulla sedia? Insomma assolutamente geniale. Da ultimo un cenno a Walter Brennan che qui interpreta il ruolo del cattivo Clanton. La storia professionale di Brennan va in senso esattamente opposto, ma qui Ford gli da possibilità di dimostrare le sue grandi capacità di attore e lui sarà un grande cattivo, assolutamente nel ruolo.

Pretty Woman

Pretty woman di Garry Marshall. USA, 1990. Interpreti: Richard Gere, Julia Roberts



Manuela 10 luglio 2007 su Abbracci e Popcorn

Non mi sembra che Pretty Woman sia paragonabile alla Signora delle Camelie.
Questa è un’opera drammatica e dirompente, gettata nel mezzo alla buona società borghese dell’800, a scandalizzarla. Quella società che è in grado di accettare tutto – e infatti di relazioni con prostitute è affollatissima – ma non che si mettano in discussione le apparenze. Infatti il vecchio Germont, non chiede a Violetta di lasciare il figlio perché il loro rapporto è immorale, ma perché metterebbe in discussione il buon nome, e le nozze di convenienza, della figlia “pura siccome un angelo”. E Violetta vuole a tal punto entrare a far parte con ogni diritto di questa società borghese, che ne accetta completamente la logica: lascia Alfredo, perché continuare il loro rapporto sarebbe una trasgressione, e i bravi borghesi – come lei vorrebbe tanto diventare al fianco di Alfredo - non tollerano trasgressioni. L’ordine deve essere ristabilito, al prezzo del massimo sacrificio individuale. La Traviata è un’opera universale, perché tocca il grande tema, mai esaurito, del rapporto fra la libertà dell’individuo e il necessario ordine sociale.
Pretty Woman è invece la riproposizione dell’archetipo di Cenerentola. La favola è altrettanto importante della tragedia per il genere umano, ma è altra cosa. C’è un protagonista predestinato: Vivian è una prostituta, allo stesso modo in cui Cenerentola è una serva. Il piedino di questa vale lo stile innato dell’altra. C’è l’intervento magico (la fatina, il direttore Thompson) che svelano la vera natura del protagonista; magica è la bacchetta della fatina, magico è il direttore che, in un paio di lezioni, insegna a Vivian parlare, a comportarsi in pubblico, a vestirsi, a scegliere i vini e non so che altro (My fair Lady ridotto in pillole!). C’è anche l’antagonista, il volgare Philip, che non riesce a vedere la speciale qualità di Vivian, e che viene ovviamente sconfitto. C’è il principe azzurro, che ci mette sempre un po’ a capire (e Richard Gere, con la sua faccia un po’ bovina mi sembra che sia perfettamente tagliato per la parte). Per cui il film non poteva finire in altro modo che col matrimonio. Ogni altra fine avrebbe reso ridicola la storia.
La favola deve finire col matrimonio, e per questo è credibile: e non con un matrimonio qualsiasi (uomini che sposano ex prostitute sono talmente tanti da non essere per niente interessanti). Cenerentola deve sposare il principe.
E’ quello che accade dopo, che le favole non dicono mai.

Grande guerra (La)

La grande guerra di Mario Monicelli. Italia, 1959. Interpreti: Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Silvana Mangano, Romolo Valli.



Enzo 3 luglio 2007

La grande guerra, lo abbiamo detto, ha incrociato poche volte il cinema. La coscienza sporca forse lo ha impedito. La pazzia e l’assurdità di quel massacro furono tali da impedire, forse, tentativi di rivisitazione, di critica. Abbiamo già recensito Uomini contro, mi sembra giusto ora farlo con la “Grande guerra” di Monicelli. Due approcci molto diversi: là Rosi usa la Grande guerra per parlare della follia della guerra, una follia senza tempo, perché il tempo della guerra non è mai scaduto nella storia umana, qui Monicelli ci parla più dal di dentro di “questa guerra di morti fame fatta da morti di fame”. E lo fa da par suo e con grande equilibrio riesce ad evitare una carrellata di macchiette. Non solo, riesce ad usare due grandi attori che in quegli anni erano i campioni della commedia all’italiana, senza che la drammaticità della storia della guerra venisse sommersa da una comicità inutile. Certo usa l’agrodolce e attraverso i personaggi e situazioni che strappano anche il sorriso riesce a rappresentare benissimo l’Italia contadina, analfabeta, povera, stracciona, dell’inizio del novecento. Un Italia costretta ad una guerra incomprensibile, ma certamente assassina. Sono ignote e lontane le retoriche patriottiche, le dispute politiche interventiste o antiterventiste, solo Giovanni Busacca ha annusato in una Milano industriale il vento della rivolta del proletariato, ma non ne ha ancora coscienza. Cerca di sottrarsi alla guerra, ma il destino è segnato. E’ segnato per lui e per la sua generazione. In quei soldati c’è appunto tutta la disperazione e la rassegnazione di un popolo abituato alla fame, alla miseria. La guerra non è altro che uno dei tanti accidenti che segnano le misere vite di questi contadini. Monicelli descrive con un tratto lieve i diversi caratteri personali, ma anche regionali, tutti uniti però appunto nella incomprensione di ciò che sta loro accadendo. Disegna episodi e personaggi come se fossero quadri. Solo ad esempio voglio ricordare il soldato che rincorre sempre il tenente per farsi leggere le lettere della fidanzata. L’Italia acculturata, la classe dirigente che presenta uno dei volti buoni a fronte di quello terribile dell’avanti Savoia! In buona sostanza la narrazione ci fa attraversare i momenti vivi e veri di una umanità che stenta a credere al proprio tragico destino. Si ricorda sempre di questo film lo stereotipo rappresentato da Busacca/Gassman e da Jacovacci/Sordi, cioè di quella italietta piccina, furba, opportunista, irresponsabile, si ricorda questo perché è una costante nella filmografia di Monicelli, ma io credo che qui i personaggi di Gassman e Sordi, vadano in senso esattamente opposto. Infatti, l’eroismo finale di Busacca e Jacovacci non è il riscatto sul filo di lana dei vizi italici, non lo è perché non è un gesto fatto per esaltare il patriottismo, il legame al valore del dovere, ma piuttosto la descrizione di una dignità individuale, che questi soldati/popolo si portano dietro. La dignità di uomini che non vedono e non riconoscono il nemico perché loro non hanno nemici, perchè sono costretti ad uccidere ed a essere uccisi, ma loro sanno di essere quelli che vivono la vita difficile, simile a quella di chi hanno di fronte. Il loro nemico è la fame, il lavoro duro e gramo. Voglio riportare qui un brano del diario che mio nonno scrisse prima di morire proprio nel 1916 sul Monte Sabotino:“….Quando fummo nella nostra trincea fu fatto un sorteggio per andare ad accompagnare i 43 prigionieri in un vicino paese ove era il commando d’Armata. In mezzo a questi sorteggiati ci fui anch’io e dopo avuto le istruzioni del nostro capitano ci si mise in marcia colle baionette sui fucili facendo scorta ai prigionieri. Dopo un’ora di marcia si fece breve riposo per mangiare un po’ di pane che era due giorni che non si cibava. Ad un momento io lascio il mio posto per allontanarmi per un bisogno, depongo a terra fucile e tascapane. Ritornato dopo poco vado per mangiare un po’ anch’io, ma con mia sorpresa non trovo la pagnotta che tenevo da due giorni nel tascapane. Sorpreso di questa sparizione mi rassegno e domando un po’ di pane ai miei compagni. Me la diedero e insieme a loro mangiai una scatola di carne. Ad un tratto volsi l’occhio al plotone prigionieri, e con mia grande sorpresa vidi uno dei prigionieri che mangiava a doppia bocca una delle nostre pagnotte. Mi immaginai allora che il mio pane l’aveva preso lui giacchè era vicino al posto ove era la mia armatura. Allora ci domandai dove l’aveva presa, e mi segnò il mio posto, scusandosi, in buon italiano dell’atto. Ma lui mi disse che fu spinto dalla gran fame che teneva da tre giorni. Poi mi disse che era di Ala e di fatti parlava benissimo come io l’italiano. Disse anche era padre di cinque figli che aveva lasciati a casa quando fu costretto dalle leggi tedesche di andare sotto le armi a combattere contro di noi. Mi fece tale compassione che dopo ci diedi una mezza scatola di carne che se la mangiò con il resto della pagnotta. Poco dopo ci si mise in marcia di nuovo e…”.
Dunque Monicelli ci restituisce un’immagine, un ricordo di un’ Italia che non entra nei libri di storia, se non come numeri utili alla contabilità tragica dei morti. Non i vizi di un’italietta stereotipata, ci parla invece di uomini la cui vita è spesa solo per una grama sopravvivenza. E’ proprio per questo che mi piace questo film. Busacca Giovanni e Oreste Jacovacci non sono altro che noi stessi dentro alba della storia di questo paese. Passeranno ancora molti anni prima dell’emancipazione dai bisogni dei Busacca e Jacovacci, ma loro non saranno passati invano.

Dollaro d'onore (Un)

Un dollaro d'onore di Howard Hawks. USA, 1959. Interpreti: John Wayne, Dean Martin, Angie Dickinson, Walter Brennan.



Enzo 30 giugno 2007

Essendo stato chiamato immeritatamente in causa su questo film mi permetto di intervenire aprendo un nuovo post.
Un dollaro d’onore l’ho visto al cinema quando uscì e rivisto enne volte in tv e mai una volta che il piacere è venuto meno. Un film perfetto. Perfetto nella storia, nei personaggi, nella recitazione (tutti gli attori concorrono in egual misura in una competizione espressiva di alta qualità), nell’ambientazione. Non è un western dei grandi spazi, di cavalcate, è un film che intreccia sapientemente la psicologia dei singoli personaggi in una trama anomala descrittiva della saga western. Anomala per l’ironia che lo attraversa, ma in cui contorni classici del western non necessitano di alcuna narrazione. Tutto è predefinito e lo spettatore lo sa: quello che conta è la storia è l’intreccio delle psicologie. Gli stereotipi western sono racchiusi in un vaso di fiori dai mille colori: c’è la cittadina ai confini con Messico in cui la legge del più forte resiste all’avanzata della “giustizia/stato” che però è ancora lontana diversi giorni di cavallo, c’è lo sceriffo che presidia una legalità scevra da fronzoli che non ammette cedimenti nemmeno quando il male sembra più forte e vincente. Tutto questo non ha necessità di descrizioni: lo spettatore lo sa già e rivolge l’attenzione allo svolgersi degli eventi. Eventi racchiusi in un microcosmo che ha bisogno solo di alcune scenografie confezionate in studio: la strada principale, il saloon, l’albergo, l’ OK Corrall, tutto il pathos del film nasce cresce e trova la conclusione qui dentro. Il film appartiene al periodo maturo del western, qui non c’è la narrazione del mito della frontiera, non c’è la narrazione della conquista, della nascita di una nazione, c’è appunto l’ironica narrazione degli stereotipi del western e per certi versi la sua messa in discussione. John Wayne che apparentemente reinterpreta l’ennesimo personaggio del giustiziere che tutto sistema in realtà gioca a smontare se stesso. E per la prima volta lo vediamo innamorato di una donna reale in carne ed ossa, innamorato come un qualsiasi uomo e che combatte una battaglia già persa in partenza con una donna. E’ qui che sbaglia Manuela, in realtà questo è il sovvertimento dello stereotipo. Certo l’omosessualità latente attraversa tutta la cinematografia western e qui Howard Hawks non si sottrae affatto, anzi. Incastra i personaggi in modo tale da creare appunto un grumo di “amicizie particolari” da cui le donne sono escluse: Chance si fa picchiare da Borachon senza reagire ed è disposto a cedere al cattivo pur di salvarlo. Salvarlo dalle donne e dal disonore. Il vecchio Stumpy gode nel sopportare ogni (presunta più che reale) angheria da parte degli amici pur di poterli (da vecchia checca) coccolare. Poi c’è Colorado che non resiste al fascino di questi uomini e smette di stare a guardare rinunciando alla vita normale di un giovane che dovrebbe coltivare ben altre amicizie. Non si può non vedere questa omosessualità esibita, ma il risultato è eccezionale e proprio nella narrazione di questo intreccio raggiunge le punte più alte: come il bacio di Chance sulla testa di Stumpy, o il litigio tra lo Stesso Stumpy e Borachon, ma il culmine è raggiunto nella scena in cui i quattro, baraccati dentro la prigione, si mettono a cantare Rio Bravo. Assolutamente perfetta. Sarebbero tanti altri gli stereotipi di cui parlare ma è bene che mi fermi qui.
Dunque, per finire, stereotipi rivisti reinterpretati per parlarci di un genere western che ormai ha poco da aggiungere e da dire. Il mito si fa intreccio ironico, si fa narrazione di se stesso, quasi ad annunciare una fine molto vicina. Infatti l’inquadratura finale si chiude sulle calze di Feathers che gettate dalla finestra perché Chance ha capitolato e lo sceriffo sarà come tutti gli altri: un uomo inscimunito dall’amore. Dude 'Borachón' e Stumpy che raccolgono la calza se ne vanno con una risata. Appunto all’America non rimane che ridere di se stessa: l’età della conquista è finita, c’è altro a cui pensare.

A qualcuno piace caldo

A qualcuno piace caldo di Billy Wilder. USA, 1959. Interpreti: Jack Lemmon, Tony Curtis, Marilyn Monroe.



Manuela 23 giugno 2007

Quello che mi ha sempre affascinato, in questo film, che credo sia uno dei migliori nel suo genere, è il ritmo. Tutta sembra muoversi a ritmo di quel jazz, caldo appunto, che è insieme sfondo e protagonista di tutta la vicenda. Fin dall’inizio, fin da quei gangster che scortano casse da morto piene di whisky, e dalla sparatoria con la polizia, in cui anche i mitra sparano a ritmo di jazz. E naturalmente il film non ha – non potrebbe avere – una sola stonatura: dai gangster, bruttissimi e cattivissimi, ai suonatori squattrinatissimi, al seduttore sedotto, a lei, la magnifica Marilyn, che è troppo… troppo tutto. Troppo bella, troppo sexy, troppo ingenua; il contrasto fra procacità delle forme e ingenuità cosciente di se stessa, è il sale del fascino di Marilyn, e in questo film, dove i contorni sono caricati fino al limite - mai superato però - della parodia, Wyler e Marilyn lo sfruttano senza pudore. Fino al parossismo della scena – a mio parere una delle più divertenti che abbia mai visto al cinema e, credetemi, è molto difficile farmi ridere – della seduzione fra Marilyn e Tony Curtis, bel tortellone già di suo, qui ancora più in parte, nel contrappunto con un esilarantissimo Jack Lemmon. La genialità della scena sta nel capovolgimento parodistico di tutte le scene di seduzione del cinema, dove lui, presunto frigido, si lascia sciogliere da una lei che, con quel po’ po’ di forme, ci si mette proprio di impegno, come se fosse necessario… Noi sappiamo che lui finge e che forse – ma non è certo – anche lei finge di non sapere che lui finge, e questo rende ancora più esilarante la faticosissima indifferenza di lui e l’indiscussa buona volontà di lei.
A ritmo di musica dialogano, facendo da contrappunto l’una all’altra, le storie di seduzione dei due protagonisti: da una parte Tony Curtis che si finge milionario e Marilyn che, mentre si dedica alla disperata ricerca di un milionario, è attratta inevitabilmente dai suonatori di sax (l’allusione sessuale è sottile ma inconfondibile, direi) e dall’altra uno straordinario Jack Lemmon nei panni di Josephine ed il milionario autentico, nel quale scatena una passione che supera tutti gli ostacoli.
Il film ruota attorno al travestimento dei due protagonisti, che, per sfuggire ai gangster si mimetizzano in un mondo di donne vere; e se per il bel tortellone è facile passare dal ruolo femminile a quello maschile e viceversa, senza perdersi, grazie all’ancoraggio della bellissima cantante, per Jack Lemmon le crisi di identità si susseguono, con effetti comici indiscutibili. Wyler affronta il tema del travestimento e dell’identità sessuale con grazia scanzonata, priva di pregiudizi e, soprattutto, priva di qualsiasi volgarità. Fino alla apodittica frase finale, un piccolo capolavoro: quando Jack Lemmon si trova alle strette ed è costretto a confessare al suo milionario innamorato di essere un uomo, questi risponde salomonicamente che…“nessuno è perfetto!”. A pensarci bene, è proprio così….