venerdì 3 ottobre 2008

C'era una volta il West



Enzo, 9 aprile 2007 su Abbracci e Popcorn
Mi scuserete se non intervengo su un film specifico, ma la sollecitazione di Solimano fatta nel commento al mio intervento sul Il cavaliere della valle solitaria è molto stimolante, anche perché è un interrogativo che aleggia sempre quando si parla del film western. Per questo provo a dare una risposta.

“Sarebbe interessante capire come mai il western ormai da diversi anni è quasi in caduta libera, credo che il desiderio, il bisogno di azione oggi si manifesti in altro tipo di film, a partire dalla serie di Guerre stellari fino agli odierni di Tarantino.”
Non è in caduta libera è morto. E’ morto assieme all’America che stava alla base di quel genere. Il film western raccontava il sogno americano, il mito della frontiera in un epoca in cui il paese era proiettato verso il proprio destino di grande nazione. Il cinema si è affermato proprio nel novecento ed è stato naturale in America utilizzare il western per raccontare sé stessa. Attraverso il western si è glorificata l’identità nazionale, l’ottimismo di un popolo che ha saputo conquistare terre selvagge e che si candidava a guidare il mondo.
Il western è stato lo specchio del new deal. Di un epoca cioè che ha prodotto grandi fermenti culturali. Ma nulla dura in eterno e la storia ha incominciato a fare incespicare anche il Grande paese e con essa l’innocenza americana. La guerra di Corea, gli anni del maccartismo, la guerra fredda, ma anche i fermenti delle nuove generazioni che sfoceranno nel ’69 costringono il western a ripensare sé stesso, allora il punto di vista degli indiani comincia a far ingresso nei film western (L’Ultimo Apaches, Piccolo grande uomo ecc. ma per certi versi anche il John Ford di Sentieri selvaggi) . Il declino del genere western si protrae per tutti gli anni sessanta, per poi spegnersi definitivamente all’inizio del decennio successivo. Nei primi anni sessanta inizia l’impegno americano in Vietnam, poi lo scandalo del Watergate porta all’ impeachment di Nixon: due esempi che ci dicono che l’America ha altro a cui pensare. La verità storica sulla conquista dei territori indiani è ristabilita (Soldato blu) e l’espansionismo (imperialismo) americano è messo ovunque in discussione. In queste condizioni il cinema western non ha più nulla da raccontare se non la morte di se stesso. Allora si spiegano film come il Mucchio selvaggio, cioè un film nichilista. Magistralmente Peckinpah racconta, con violenza inusitata, il destino tragico di un gruppo di sopravvissuti ad un epoca ormai passata. Ma non si limita a far morire il Mucchio selvaggio in un duello finale, sono essi stessi che provocano la loro morte. Infatti dopo aver ucciso il generale, i messicani, a sorpresa, non reagiscono e il Mucchio potrebbe andarsene verso la salvezza, ma Pike Bishop ripresosi dalla sorpresa della mancata reazione inizia a ridere, spara e gli altri lo seguono: il Mucchio selvaggio (il Western) muore in un bagno di sangue liberatorio, definitivo. E’ quindi evidente che l’America sconfitta in Vietnam non ha più nulla di epico da raccontare, è una America tormentata, impegnata nella sfida Reganiana contro il diavolo comunista. E oggi? E’ pensabile raccontare un sogno da parte di chi pensa di esportare la democrazia con le bombe? L’America è alle prese con la paura, attraversata da pulsioni difficili da incanalare. Il western è morto e non tornerà più. E tutti quelli che ci provano sono destinati a fallire, perché appunto alle spalle hanno un altro mondo (vedi Terra di confine del 2004 di Kevin Costner). E’ inevitabile quindi che questi tentativi siano ricostruzioni senza anima, senza pathos e senza alcunché da dire. E, a questo proposito, faccio un ultima annotazione sugli spaghetti western: non mi sono mai piaciuti proprio per lo stesso motivo. Cioè nascevano da un ambiente culturale, sociale, storico completamente diverso. Sergio Leone, da tanti apprezzato, in realtà ha usato delle tecniche narrative e delle sceneggiature che estremizzavano (stupendo per questo lo spettatore) la “calligrafia” western, ma non è mai riuscito a dire nulla di più: perché non poteva. Per fare un esempio, i rumori degli spari, nei film di Leone sono modificati, allungati dilatati come le sequenze, tanto da diventare estranei al racconto, un marchio di fabbrica: una fabbrica però che ha sede dalle parti di Ciampino.
Il western è morto.

Match point

Match Point di Woody Allen. USA, 2005. Interpreti: Jonathan Rhis Meyers, Scarlett Johansson, Matthew Goode, Emily Mortimer.



Manuela 8 aprile 2007 su Abbracci e Popcorn

Qualche tempo fa scrissi per Stilelibero un breve commento su Match Point. Non sono molti i film di cui sento il bisogno di scrivere. Lasciando perdere i film “mitici” e quelli visti in gioventù, che sono belli per definizione, non sono molti i film che riescono ad emozionarmi. Match Point è uno dei pochi. Scrivevo allora: “E’ un film coraggioso, che ci mette davanti ad una verità dalla quale si tende a sfuggire: è il caso a decidere molto spesso della nostra sorte. La pallina, cadendo casualmente di qua o di là dalla rete, assegna la vittoria all’uno o all’altro giocatore. Non necessariamente al più bravo. Al più fortunato, piuttosto… La nostra mente si adatta con difficoltà a questa semplice constatazione; usiamo la categoria della casualità, come quella della finalità – come altre, del resto - in modo quasi inconscio, arrivando spesso a conclusioni facili ma errate. Ci vuole un film intenso e coraggioso, a farcene prendere coscienza…Il caso esclude qualsiasi finalità eterodiretta nelle vicende del mondo. E allora ne consegue l’urgenza cercare il senso della nostra esistenza; e questo è il problema a cui l’ateo rigore di Woody Allen ci mette di fronte, senza cercare scorciatoie autoconsolatorie”.
Lo sottoscrivo adesso, aggiungendo un’altra considerazione. In questa assenza di finalità, o di un senso consegnato dall’esterno alle nostre vite, allora l’unica guida cui affidarci non può essere che il nostro senso morale, quell’imperativo categorico che ci fa decidere cosa è bene e cosa è male. Se questo senso morale viene meno, come accade al protagonista, allora non resta che il caso, a buttare la pallina da una parte o dall’altra della rete. Così può succedere che si incappi in un amarissimo “lieto fine”.

A me piacciono i film che raccontano una storia, e questo la racconta; che hanno personaggi credibili e coerenti con la storia stessa, e questi lo sono. Mi piacciono i film che, oltre ad una storia, sanno fare domande, e questo le sa fare, se solo le si vogliono ascoltare. Non c’è molto del Woody Allen di “Provaci ancora Sam” o “La rosa purpurea del Cairo” (film che, come sapete già, adoro). E’ possibile però, che ad un certo punto, ci siano domande esistenziali che non si possono più evadere.

Per chi non ne conoscesse la trama, ecco il riassunto: Chris Wilton, maestro di tennis, conosce il ricco Tom Hewett e sua sorella Chloe. Chris e Chloe si innamorano e il ricco padre di lei lo inserisce nella sua attività finanziaria. Il matrimonio tra Chris e Chloe è inevitabile. Ma Chris, che ha conosciuto Nola (Scarlett Johansson, bravissima), la fidanzata di Tom e ne è rimasto irrimediabilmente attratto, quando mesi dopo la rincontra inizia con lei una appassionata relazione.
Ma Nola resta incinta e pretende che Chris lasci la moglie; questi, incapace di resistere alla pressione, escogita una via di fuga. E poiché il film è anche un giallo sui generis, non posso raccontare oltre.

domenica 28 settembre 2008

Il cavaliere della valle solitaria

Il cavaliere della valle solitaria (Shane)di George Stevens. USA,1953 Interpreti: Alan Ladd, Jack Palance, Jean Arthur, Van Heflin



Enzo 5 aprile 2007 su Abbracci e popcorn

...Andrò molto lontano …perchè Shane?…un uomo ha la sua via tracciata non può cambiarla… non avrei dovuto dimenticarlo…
Shane spiega così al piccolo Joey perché se ne va dopo aver riportato l’ordine nella valle e il film si conclude come era iniziato, con il cavaliere errante che solitario riprende il cammino sulla strada del suo destino.
Se nel cinema western c’è un film anomalo nella normalità è proprio il Cavaliere della valle solitaria (Shane nell’originale). Il film si avvale di tutti gli elementi classici per un racconto della frontiera. Le montagne, la valle, i pascoli, gli allevatori, i contadini, la legge del più forte, l’eroe buono che porterà giustizia. In realtà la fotografia, i personaggi, l’evolversi della storia sono l’antitesi a qualsiasi idea di mitizzazione del West e della sua epopea. Fin dalle prime inquadrature si entra in un mondo fatto di fatica, di sudore di lotta per vivere. Il film malgrado la fotografia (che prese l’Oscar) è cupo. Come è cupa la vita dei coloni. Certo c’è il cattivo allevatore che vuole solo per sé la terra che ha fatto sua arrivando per primo e combattendo contro gli indiani, ma poi ci sono i contadini. Sono loro al centro di tutto. C’è un mondo che grazie a loro si trasformerà in comunità. I coloni sognano e lavorano per un futuro in cui la comunità vince su una natura difficile, dura. Il fango è il simbolo di una terra che esige fatica, sudore, ma anche morti. Infatti il contadino Frank Stonewall Torrey (interpretato da Elisha Cook Jr.) si farà ammazzare in duello da Wilson il pistolero vestito di nero (Jack Palance). Scena magistrale in cui il regista utilizza la cinepresa per dirci che la sorte di Torrey è segnata, infatti Wilson lo domina sempre dall’alto. Non solo perché è di gran lunga più grande, ma anche perché è in piedi davanti al saloon, mentre Torrey nella strada più in basso procede con difficoltà in mezzo al fango. Lo scontro è già perso dal punto di vista psicologico e nei fatti, ma Torrey non rifugge al suo destino e si avvia verso la morte. Ma la storia prosegue e lo scontro tra il bene e il male prende corpo fino ad arrivare al duello finale tra Shane (Alan Ladd) e Wilson . Ovviamente il bene prevarrà e i coloni potranno impegnarsi nella costruzione del sogno americano.
Sarebbero tante altre le cose da dire, ma non voglio farla lunga. Mi piace però riprendere il tema del destino, che è l’altro grande tema di cui ci parla il regista. C’è il destino dei coloni, cioè di coloro che sono chiamati a creare il loro futuro e quello del paese, e c’è il destino dell’uomo. Il destino cioè di Shane che è condannato a cavalcare alla ricerca di… Per un attimo Shane crede di essere arrivato alla fine del suo peregrinare, crede di poter fermarsi dentro una calda casa, magari di avere anche lui una donna da amare. La famiglia di Joe Starret (Van Heflin) gli fa dimenticare che la sua strada è tracciata. Però la realtà dura degli eventi lo costringerà a riprendere le pistole e ad affrontare il cattivo Wilson nel duello finale. Compiuto il suo dovere riprende il cavallo e si avvia verso l’orizzonte. L’ordine è stato ristabilito il cavaliere solitario può riprendere il cammino, “l’uomo ha la via tracciata e non può cambiarla”... ma è proprio così? Ad ascoltare Woody Allen (in Macht point) non è così: dipende da dove cade la pallina.

Marie Antoinette

Marie Antoinette di Sofia Coppola. USA, 2006 Interpreti: Kirsten Dunst, Marianne Faithfull, Steve Coogan, Judy Davis, Jason Schwartzman



Manuela 4 aprile 2997 su Abbracci e Popcorn

Ho l’impressione che in questo blog – ma forse non solo – ci sia bisogno di un po’ di leggerezza (e di attualità). E Marie Antoinette è un film disegnato con mano leggerissima, con tratto adolescente, scanzonato a volte, a volte imbronciato. E però, è un film claustrofobico. Tutto è visto dall’interno, come dovevano vederlo gli occhi stessi di Maria Antonietta, che niente vedevano oltre le mura di Versailles.
L’adolescente regina di Francia, rinchiusa nella sua lussuosissima prigione, inventa giochi e trastulli: vestiti e scarpe, dolciumi e teatrini, pettegolezzi e bambole. Favole per non morire di noia, un villaggio in cui travestirsi da contadina, un amante da idealizzare – è bellissima l’inquadratura dell’amante sul rampante cavallo bianco, eroe archetipo delle fantasticherie romantiche. Come ho trovato straordinaria la sequenza della prova di abiti e scarpe, sottolineata da una scatenata musica rock.
Pochi e distorti arrivano nella reggia gli echi di ciò che accade fuori, anche alla fine, quando la storia, quella vera, è evocata solo dai sinistri bagliori delle torce e dall’indistinto rumoreggiare della folla. La separatezza fra il mondo “di dentro” e quello “di fuori” è incolmabile e senza alcuna possibilità di comunicazione.
E’ un film, a suo modo, disperato. Marie Antoinette morirà, probabilmente senza capire ciò che le succede e perché. Come ha accettato, probabilmente senza capirli, tutti gli eventi della vita, dal marito insoddisfacente ai figli. E l’ultima inquadratura è ancora un’inquadratura “da dentro”. Da dentro una carrozza che attraversa un mondo inconoscibile e ostile.
Nelle recensioni c’è scritto che si tratta della storia di una giovane donna. E’ senz’altro così. Eppure io, lontanissimo dalla volontà dell’autrice, ne sono sicura, non ho potuto fare a meno di pensare a una classe politica che conosco bene, che se ne sta chiusa in una sua Versailles – di certo meno bella dell’originale – a trastullarsi coi suoi giochi: leggi elettorali pensate per mantenere se stessa, unioni e scissioni, dichiarazioni e smentite, talk show e giochi delle parti. Del tutto separata da quello che avviene altrove, nella realtà, e forse inconsapevole della realtà stessa. Sorpresi, anzi, dagli echi che ne filtrano, e dall’immagine che le persone reali hanno della loro casta (Marie Antoinette stupita dal pamphlet satirico “Che mangino brioches, io non l’ho mai detto!”, Fassino: “Pare che l’indulto non sia stato apprezzato…”).
Lo so che Sofia Coppola non c’entra niente con tutto questo, colpevole solo di aver fatto un film giovane, originale, sorridente e pensoso, che forse parla solo di una giovane donna in una prigione dorata. Ma a volte nei film c’è anche quello che l’autore non ci ha proprio voluto mettere.

La Rosa purpurea del Cairo

La Rosa Purpurea del Cairo di Woody Allen. USA, 1975 Interpreti: Mia Farrow, Jeff Daniels



Manuela 29 marzo 2007 su Abbracci e Popcorn

Per molto tempo non ne ho parlato, per evitare i sorrisetti di compatimento di chi lo liquidava come uno dei soliti film d’amore, leggerini, gradevoli magari, ma niente di che, mille miglia lontano dai film che fanno pensare davvero. Roba da donna, ecco.
Ho tenuto per me la bellezza dello schizzo d’ambiente, tratteggiato a matita, che con pochi segni racconta un mondo. Ho tenuto per me l’incanto di Cecilia, che dimentica le amarezze e le violenze della vita chiudendosi in un cinema. Ho tenuto per me il coinvolgimento emotivo con questa donna che cerca nel film un mondo dove è bello vivere, popolato di uomini affascinanti e, più di tutto, buoni e gentili – i libri, i film, non svolgono forse per tutti noi la stessa funzione? Ho tenuto per me l’ammirazione per la mano delicata, ferma e compassionevole che ha disegnato la psicologia dei personaggi. Il cacciatore bianco, tanto eroe nella celluloide quanto inetto nella realtà, impacciato dalle contraddizioni della vita vera, confuso dalle sue illogicità. Il rude marito di Cecilia, manesco e volgare, capace di dimostrare l’amore come uomini di quella fatta sanno dimostrarlo, con le sberle, e qualche lampo di umanità incapace di redimerlo. Il perfido Gil, attore interessato solo alla propria carriera, che si incarica di rimettere le cose a posto e distruggere il sogno d’amore di Cecilia perché lo show possa go on, e l’ordine riprendere a regnare: oh, ma non è cattivo, sapete? Gli dispiace per Cecilia, almeno per cinque minuti: vedete la sua espressione triste in una delle ultime scene del film? E’ l’espressione di chi fa sporchi lavori, con la scusa che qualcuno deve pur farli: e quanti ce n’è, in giro…..
Per molto tempo ho tenuto per me l’amore per gli occhi sgranati di Cecilia, nello stesso tempo ingenui e carichi di esperienza. Cecilia, che vive il suo grande sogno e poi sceglie la realtà, forse sapendo già che la realtà l’avrebbe fregata; e forse sapendo anche che, se quel sogno si fosse avverato, avrebbe distrutto tutti i sogni di tutte le cecilie del mondo. E tuttavia non rinuncia a sognare.
Ho tenuto per me tutto questo e molto altro – il tempismo perfetto, l’ironia e l’autoironia, il metafilm che parla del film, ecc.ecc. - che scoprivo ogni volta che rivedevo, in DVD, in casa, sola – per evitare risatine e sguardi di compatimento – questo film.
Poi ho incontrato un uomo che ci vedeva le stesse cose che ci vedevo io, e molte altre cui non avevo mai pensato. Come potevo non innamorarmene?

Via col Vento

Via col vento di Victor Fleming (+ George Cukor, Sam Wood) USA, 1939 Interpreti: Vivien Leigh, Clarke Gable, Olivia de Havilland, Leslie Howard



Manuela 25 marzo 2007su Abbracci e Popcorn

Mettiamo le cose in chiaro: a me piacciono i film da donna. Se fanno piangere è meglio. Niente film armeni sottotitolati in turco, premi della critica ai festival underground, film erotici giapponesi, ecc. ecc. E incomincio dal re dei polpettoni, premettendo un appello in difesa della sua colonna sonora abusata da un giornalista depravato: Via col Vento.
Succede in questo film, che quello che pretende di raccontare è molto diverso da quello che racconta per davvero, come se i personaggi acquisissero una vita indipendente dalle intenzioni degli sceneggiatori.
Rossella O’ Hara dovrebbe essere leggera, egoista, immorale e cattiva, ma ne esce il ritratto di una donna indipendente, coraggiosa, capace di tirarsi su le maniche e affrontare gli eventi. Capace, anche, di svelare l’ipocrita grettezza di una società che sta per morire.
Al suo confronto gli altri personaggi sono figurine di carta.
La buonissima, fedelissima, delicatissima, femminilissima Melania è come le donne dovrebbero essere nell’immaginario di un certo tipo di uomo: decisamente stucchevole e parassita.
E Ashley, che dovrebbe essere romantico, ma fa la figura di un perfetto stupido, porta fra l’altro su di sé la colpa di infliggere allo spettatore un film di quattro ore, solo perché non dice subito a Rossella che non l’ama. Giustamente, Rossella, alla fine del film sbotta: “Ma perché non me l’hai detto prima?”. Ce lo chiediamo anche noi.
Resta Rett Butler, tanto puttaniere quanto perbenista, che pur amando Rossella la disprezza. Troppo vile per essere un vero cinico o un vero eroe, si barcamena tra le due cose. Quando alla fine se ne va, lasciando sola Rossella, speriamo tutti per lei che non si faccia mai più rivedere..
Il film è incline agli stereotipi; non infierisco su Mamie e i poveri neri in genere, che parlano coi verbi all’infinito come se fossero appena stati tirati giù dagli alberi.
Resta lei, la protagonista, più moderna e viva di quanto si pensi. Che esce dalla catastrofe pubblica e privata con lo sguardo rivolto in avanti. Che se ne frega delle definizioni affibbiatole dalla buona società degli Stati Confederati, o dagli sceneggiatori e dai registi stessi*.

*Registi, plurale, che per un film di tal stazza non ne è bastato uno. “Ufficialmente la regia è attribuita a Victor Fleming, ma durante la produzione si sono succeduti Gorge Cukor e Sam Wood” (Fonte: Wikipedia).

Volver

Volver di Pedro Almodovar. Spagna, 2006 Interpreti: Penelope Cruz, Carmen Maura



Enzo, 23 marzo 2007 su Abbracci e Popcorn

Voglio parlarvi di Almodovar. L’altra sera siamo andati in un cinema all’aperto convinti di goderci, una volta tanto, un buon film, non uno dei soliti filmacci americani (anche loro non sanno più fare i bei film di una volta… ih! ih!ih!). Facevano “Volver” . Non so se ha partecipato a qualche concorso, so però che Almodovar è un regista di successo e che i suoi film fanno sempre discutere. E invece nada! Niente, peggio di così non poteva andare. Tutta la storia si basa sul problema del rapporto tra madre e figlia con la pretesa di parlarne al femminile. Poteva anche essere un argomento capace di sviluppare un discorso intrigante, invece l’unica cosa chiara è che il regista ha un problema irrisolto con la madre e, detto tra noi, chi se ne frega? Per non parlare delle figure maschili, per altro presenti solo nei ricordi delle protagoniste, che, padri o mariti che siano, hanno provveduto a stupri, incesti con le proprie figlie. Almodovar prova ad imitare Fellini e la scena del funerale è una… caricatura… ma quale Fellini... si vede subito che il tentativo è abortito in una sequenza senza anima e quasi ridicola. Nel complesso una storia senza capo ne coda, dove i rapporti tra tutte queste donne non si capisce dove vogliono portare. Alla fine lo schermo si è fatto scuro e non è rimasto altro che dire…una boiata pazzesca!
Il bello è stato dopo, infatti il gestore aveva organizzato un intrattenimento dopo film con un terzetto (piano, contrabbasso, batteria) che ha suonato magnificamente musica jazz. Abbiamo fatto l’una di notte... dilettanti, ma molto bravi: questa è l’Italia che mi piace!